La chiesa di San Maurizio

La Chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore si affaccia su corso Magenta, situata accanto al Civico Museo Archeologico, a pochi minuti a piedi dal Castello Sforzesco e dal Duomo.
La chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore è considerata la Cappella Sistina di Milano, per la sua struttura architettonica e l’altissima qualità del ciclo decorativo di scuola leonardesca. La chiesa rientra nella tipologia delle “chiese doppie”: è caratterizzata da un’aula dei fedeli, più piccola e da un’aula dedicata alle monache di clausura. Le due aule entrambe a una sola navata, sono separate da un tramezzo.
La storia della chiesa è strettamente connessa a quella del Monastero Maggiore, cui era annessa. Il Monastero, un cenobio femminile benedettino, il più importante per la città di Milano tanto da essere definito “Maggiore”, è documentato a partire dall’VIII-IX secolo. La prima chiesa monastica, e contestualmente il monastero stesso, era originariamente intitolata a Maria. L’intitolazione a San Maurizio compare a partire dall’XI secolo e sarà con papa Eugenio III dal 1148, che il monastero e la chiesa sono detti solo di San Maurizio.
Agli inizi del 1500 si assiste ad una fase di grande rinnovamento e la chiesa viene completamente ricostruita assumendo grossomodo l’aspetto attuale. Un’iscrizione, datata 1628, fissa al 20 maggio 1503 la posa della prima pietra. La decorazione pittorica, realizzata in più fasi nel corso del ‘500, rappresenta la più completa testimonianza di pittura cinquecentesca conservata a Milano. Tra i principali committenti si individuano Ippolita Sforza e il marito Alessandro Bentivoglio, figura importante nella politica milanese del tempo, la cui figlia Bianca divenne badessa del monastero nel 1522 con il nome di suor Alessandra. Probabilmente gli eleganti donatori, ritratti inginocchiati e presentati da santi nelle lunette del tramezzo nell’aula dei fedeli, raffigurano proprio i due committenti.
Il ciclo decorativo ad affresco permette di ammirare l’evoluzione della pittura lombarda per tutto il corso del 1500 realizzato in gran parte da Bernardino Luini e dalla sua bottega, Boltraffio allievo di Leonardo, Vincenzo Foppa, dai fratelli Campi e da Simone Peterzano, maestro di Caravaggio. La facciata in pietra grigia di Ornavasso, rimase incompiuta nella prima fase operativa e fu conclusa nel 1574 da Francesco Pirovano, ingegnere camerale già attivo per altre opere presso il monastero.


Con la soppressione degli ordini monastici nel 1798 e l’apertura delle vie Ansperto (a partire dal 1865) e Luini (nel 1867), la chiesa fu in qualche modo separata dalle strutture del Monastero, nel frattempo adibito prima a caserma, scuola, ufficio di polizia e ospedale militare, per poi diventare sede del Museo Archeologico di Milano a partire dal 1964-65.
Al centro del coro delle monache della Monastero di San Maurizio si trova un pregiato organo cinquecentesco, opera di Gian Giacomo Antegnati, con ante dipinte a tempera da Francesco Medici da Seregno. Lo strumento fu realizzato tra il 1554 e 1557. Si tratta di uno strumento a trasmissione meccanica costituito da 50 note ed una pedaliera di 20, costantemente unita alla tastiera.
L’organo ha subìto importanti modificazioni nel XIX secolo, per essere adeguato al mutato gusto musicale, ed è stato riportato verso i caratteri sonori originari da un restauro effettuato nel 1982, al quale ha contribuito anche la banca popolare di Milano.
La cappella Besozzi, la terza sulla destra, rappresenta scene del martirio di S. Caterina d’Alessandria realizzate da Bernardino Luini. Secondo Matteo Bandello, novelliere dell’epoca, nella scena della decapitazione il volto della santa raffigurerebbe la Contessa di Challant che, accusata di essere la mandante dell’uccisione dell’amante, fu giustiziata in questo modo nel 1526 al Castello Sforzesco. Un ricordo indelebile del pettegolezzo più famoso del ‘500 a Milano!

Per approfondire riportiamo qui di seguito il capitolo dedicato alla Chiesa del fondamentale volume “Milano in mano” di Guido Lopez e Silvestro Severgnini edito da mursia

“Uno scrigno di pittura del Cinquecento in corso Magenta
Anche il Circo mediolanense, d’altro canto, non aveva granché da invidiare per capienza ai suoi colleghi tiberini: come accennammo nel capitolo precedente, se ne sono trovate fra via Brisa e via Luini tracce bastevoli per ricostruirne l’andamento: arco terminale, lungo la strada che ne porta tuttora il nome; fronte, sull’inizio di corso Magenta, là dove oggi s’innalza la chiesa di San Maurizio, già aggregata a quel monastero delle benedettine che, per essere il più potente della città, ebbe nome di Monastero Maggiore, e risultò ghiotta preda per gli espropri del 1799.
All’abolizione del convento (che si disse fondato addirittura da Teodolinda nei primi anni del VII secolo) fece seguito l’opera del piccone, e sparirono così a poco a poco gli edifici e gran parte dei chiostri monacali. La chiesa si salvò dalle demolizioni: ebbe partita vinta il fascino irresistibile della sua grazia rinascimentale.

Cominciato nel 1503 e portato a termine una quindicina d’anni dopo (facciata e rivestimento esterno delle fiancate sono però di epoca successiva), il tempio di San Maurizio è diviso in due settori da una parete trasversale: verso corso Magentaè la chiesa pubblica, dedicata sin dalle origini ai fedeli; oltre la parete divisoria, la chiesa claustrale, strettamente riservata alle devozioni delle monache sino a che il convento non venne sconsacrato. L’insieme è un vero gioiello di architettura e di decorazione, cui lavorò una schiera di artisti del XVI secolo, non tutti esattamente identificati. Persino sull’ideatore dell’architettura la discussione è aperta: a lungo si fece il nome del Bramantino, recentemente si è tornati a questa ipotesi dopo aver sostenuto con insistenza quella di Giacomo Dolcebuono. Per meglio orizzontarsi fra le incerte attribuzioni – specialmente controverse a proposito degli affreschi in San Maurizio – consigliamo il supporto di una gran bella piccola Guida, edita a cura della Parrocchia col testo di Giovanni Battista Sannazzaro. La generosa donazione di un singolo, anzi singola, che ha voluto conservare l’anonimato anche dopo morta (una signora milanese al cento per cento, prodiga anche verso la Raccolta Bertarelli e la Casa di Riposo per i Musicisti), ha permesso il recupero dei più preziosi dipinti nel settore claustrale; all’effetto straordinario del restauro ha provveduto Paola Zanolini con la sua équipe nel 1980-81. Altre successive donazioni hanno consentito i restauri delle cappelle (sempre sotto la direzione della Zanolini) e un grande contributo è stato dato dalla Banca Popolare di Milano. Nell’agosto del 2010 sono stati smontati i ponteggi, concludendo così la lunga fase di ristrutturazione.


Sia come sia, l’interno della chiesa di San Maurizio si presenta come uno scrigno cesellato e figurato, ove pitture e decorazioni meglio non si potrebbero sposare con gli elementi strutturali, illeggiadriti dall’aereo loggiato superiore. E si stenta a credere che questo complesso lavoro di grazia si sia svolto in uno dei periodi più turbolenti e calamitosi per la città e per il contado, percorsi avanti e indietro da spagnoli, francesi, alemanni, papalini, intento ciascuno a prendere possesso del territorio. In San Maurizio – isola di clausura non toccata da questi spasimi, ma alimentata dalle sostanze delle grandi famiglie – gli artisti lavoravano; e a distanza di cinque secoli un senso di armonia diffusa e di soavità incomparabile pervade lo spirito, prima ancora che l’occhio discerna partitamente i risultati della creazione pittorica. Ad essa hanno contribuito, nel settore pubblico della chiesa, Simone Peterzano (nella controfacciata), Callisto Piazza, Paolo Lomazzo e i due figli di Bernardino Luini, Aurelio e Gian Pietro.

Ma è a Bernardino stesso che si devono i raggiungimenti più alti, e cioè la cappella Besozzi – terza a destra – dedicata nel 1530 a Santa Caterina d’Alessandria e gli affreschi della parete divisoria posta fra i due settori di San Maurizio, che in apparenza si mostra come la parete di fondo. Il volto della martire, là dove offre la nuca alla terribile spada del suppliziante, ritrae, secondo una romantica credenza popolare, una famosa e affascinante nobildonna dei tempi del Luini, la contessa di Challant, decapitata per ragioni ben lontane dalla devozione e dalla purezza. Qui, i personaggi raffigurati in ginocchio nelle due lunette sembrano essere Alessandro Bentivoglio, consigliere di Francesco II Sforza, e la moglie Ippolita (di famiglia sforzesca) che fu tra le «intellettuali» più in vista del primo Cinquecento milanese, protettrice di Matteo Bandello. La pala inserita al centro della parete luinesca, fra le Sante Cecilia, Orsola, Apollonia e Lucia, è un’Adorazione dei Magi, opera minore e più tarda di Antonio Campi. Varie generazioni di suore vissero e morirono nel convento senza poter mai vedere questa parte della chiesa. Ma in un giorno di festa del 1794 l’arcivescovo in carica dette autorizzazione alle recluse di penetrare nella zona proibita. Motivo dell’excursus: ammirare l’altra facciata del nuovissimo altare bifronte, tutto marmi e argenti. A Parigi si è scatenato il Terrore (la coincidenza è argutamente sottolineata da Cassi Ramelli nel suo informatissimo Il centro di Milano); ancora quattro, cinque anni, e altro che licenza del vescovo, ci penseranno le leggi giuseppine a tirar fuori dal convento le monache, sopprimendo l’ordine e confiscandone i beni.

Ancora di Bernardino Luini sono i poetici affreschi che rivestono l’altro lato La chiesa del muro divisorio nel settore claustrale sino all’altezza della balconata; invece, il claustrale soffitto di quest’ultima, dipinto in azzurro come un cielo entro cui campeggiano le figure del Padre Eterno e degli Evangelisti, sembra opera di Vincenzo Foppa; e l’Annunciazione affrescata sui pennacchi della balconata è attribuita per lo più al Bramantino. La zona superiore della parete divisoria (quella, cioè, che sovrasta la balconata) presenta a sua volta tre scene: un’Adorazione dei Magi (ignoto autore lombardo-piemontese), le Nozze di Cana (Calisto Piazza) e il Battesimo di Cristo (Gian Pietro Luini). Quanto alle altre pitture di questo settore della chiesa, si riparla del Bramantino o si propone lo Zenale per le figure dei Santi affrescate a fianco delle finestre circolari.

Viceversa le grandi decorazioni a paesaggio poste sulle pareti nelle Cappelle del Coro sono state eseguite agli inizi del Novecento, nell’ambito di un rilevante intervento di restauro che ha interessato tutta la chiesa. In queste cappelle non vi erano affreschi perché con molta probabilità alle pareti erano fissati alcuni arazzi, ora dispersi. Il decoratore-restauratore che ha eseguito queste pitture si è ispirato all’unico paesaggio originario del Cinquecento: è posto in basso al centro della parete traversale dalla parte del coro.

Ma il gioiello più nascosto di San Maurizio si può ammirare nel giro delle logge superiori; qui, sopra ciascuno degli archi che separano loggia da loggia, sono affrescati 26 medaglioni di Sante monache e di Martiri; per vivacità cromatica e soavità di linee si tratta di una sequenza mirabile di volti e di sorrisi, che per prima allietò le nude pareti della chiesa (1510 circa) e che viene attribuita all’arte di un prezioso leonardesco, Giovanni Antonio Boltraffio. Sempre in questo settore claustrale di San Maurizio, adibito dal 1976 a sala di audizione per incontri di musica e di poesia, il maestoso organo cinquecentesco e il coro ligneo appartennero al corredo delle benedettine. Su quegli stalli, per tutto l’Ottocento, ogni Giovedì Santo, si procedeva alla pia tradizione della lavanda dei piedi: dame e gentiluomini dell’aristocrazia ambrosiana sfilavano davanti a dodici «vecchioni» e ad altrettante «vecchine» del Luogo Pio Trivulzio, vestiti e vestite in abito color tabacco. Veggioni e veggionn scalzavano i piedi, si udiva un gran tinnire di bacili e di coppe d’argento, un fru fru sommesso di gonnelle e di seta; l’aristocrazia lavava le estremità degli umili, porgendo poi doni e cibi. Indi, gli uni racconsolati tornavano al ricovero, e gli altri, edificati, passavano in carrozza a San Fedele per la messa dei sciori, dei signori. L’organo, opera insigne di Gian Giacomo Antegnati, ha ritrovato il suo antico timbro e voce (concerto inaugurale: 4 aprile 1982) grazie a un intervento di esemplare qualità: fu il primo degli organi storici di Milano a essere restaurato con pubblica sottoscrizione; il maggior sostenitore dell’iniziativa fu il milanese Sergio Dragoni.

I chiostri del Monastero Maggiore si estendevano su entrambi i lati della chiesa di San Maurizio, e infatti se ne ritrovano avanzi più o meno cospicui non soltanto sulla destra del tempio, ma anche nel cortile dell’edificio di via Luini 5, occupato da diverse organizzazioni (ACLI, ENAIP e altre). Qualche passo più avanti, là dove via Luini fa angolo con via Santa Valeria, la casa Capitani d’Arzago – con torre che ricorda quella del Palazzo Stampa di via Soncino- ha avuto in dote come cinta del giardino un bel cancello proveniente dalla chiesa di San Protaso ad Monachos, una delle tante scomparse nell’area attorno al Duomo
L’area conventuale conglobava, alle origini come oggi, due torri imponenti – una quadrata, l’altra poligonale. La torre che si eleva in via Luini a ridosso della chiesa mauriziana, quasi ne fosse il campanile, ha fruito negli anni Ottanta di un’invisibile operazione di salvataggio, consistente in un sistema di strutture metalliche a gabbia inserite dentro lo spessore delle mura; la sua parte bassa è di fabbrica imperiale romana (base d’una delle torri del circo, annesse alle carceres, da cui partivano i carri in gara); la sopraelevazione è invece di età longobarda e preromanica.
Quanto alla seconda torre, di notevole altezza (18 metri conservati) e imponenza, con 24 facce all’esterno, ma di struttura interna cilindrica, si tratta di un manufatto interamente romano. Suddivisa un tempo su tre piani, faceva parte – col muraglione che vi s’innesta – del sistema protettivo della città fatto erigere dall’imperatore Massimiano negli anni fra il 286 e i primi del IV secolo d.C. Le corrispondeva una torre gemella, di cui si sono ritrovate le fondamenta fra le attuali via Nirone e corso Magenta, là dove le mura svoltavano. Di carattere difensivo, dunque, questo torrione in età medioevale dovette svolgere una qualche funzione religiosa (e perciò salvarsi in mezzo a tanti altri smantellamenti): al piano terreno sono ricomparsi e ben restaurati affreschi che rappresentano immagini di Santi e altre pitture sacre, databili fra il XII e il XV secolo, visitabili nel percorso museale. La zona della città di cui ci stiamo occupando è dunque centrale rispetto alle origini mediolanensi; e ha infatti restituito in tempi moderni a pezzi e bocconi la più larga messe di vestigia archeologiche: frammenti di mosaici, basamenti di mura, il tracciato di un grandioso edificio, visibile a cielo aperto lungo la via Brisa (che la segnaletica definisce come «terme» ma identificabile piuttosto come locali di rappresentanza del palatium imperiale); e tratti più o meno evidenziati del Circo e del quartiere romano d’età precedente.”

Il museo archeologico di Milano

Il museo è collocato in un contesto architettonico straordinario, l’ex convento benedettino del Monastero Maggiore annesso alla chiesa di San Maurizio, fondato nell’ VIII-IX sec. d.C. in un’area che conserva imponenti strutture in alzato di epoca romana

Qui il sito del museo

Qui scopri le collezioni del museo

IL MONASTERO MAGGIORE
Era il più vasto e antico cenobio femminile di Milano, affidato fin dalle origini alla congregazione benedettina.
La sua fondazione (variamente attribuita a diverse figure storiche importanti, quali san Martino di Tour, san Sigismondo, re di Borgogna, la regina longobarda Teodolinda, o ancora il re Desiderio o l’imperatore Ottone I) risale probabilmente al periodo tra la tarda età longobarda e la prima fase carolingia (VIII-IX secolo). Nel corso del IX secolo, il vescovo Ansperto fece ampliare il circuito murario della città, facendo rientrare il monastero all’interno del perimetro cittadino. Il monastero fu inizialmente dedicato a Santa Maria (Sanctae dei genitricis Mariae), mentre l’intitolazione a San Maurizio compare a partire dall’XI secolo, per poi diventare la principale nei secoli successivi. Seconda una tradizione, sarebbe stato l’imperatore Ottone I a donare il sangue di San Maurizio come reliquia proprio a questo istituto, dove una sorella viveva come monaca.

Il cenobio, detto fin dalle origini “Maggiore”, ospitava monache provenienti dalle più illustri famiglie milanesi. Vari documenti e fatti storici ne testimoniano l’importanza, come quando nel 1162, durante l’incursione del Barbarossa, la città chiese che fossero risparmiate alcune strutture religiose: tra queste, oltre al monastero e alla chiesa di Sant’Ambrogio, figura anche il Monastero Maggiore. Poco note sono la vita e le attività condotte all’interno del cenobio. Tra il XIV secolo e la prima metà del XV secolo si assiste a un momento di crisi, con la contrazione del numero delle monache, alle quali viene inoltre contestato di vivere senza osservare la regola monastica. Nel 1447 papa Eugenio IV introdurrà la clausura e il monastero passa sotto la guida degli Agostiniani riformati. Agli inizi del 1500 viene inoltre ricostruita la chiesa monastica in forme nuove, decorata con affreschi realizzati per buona parte da Bernardino Luini e dalla sua bottega. Nel 1798 per decreto della Repubblica Cisalpina il monastero viene soppresso e gli edifici e i terreni destinati ad altri usi. Il vasto complesso monastico fu poi parzialmente demolito tra il 1864 e il 1872 per l’apertura delle vie Luini e Ansperto. Dopo i bombardamenti del 1943, delle strutture più antiche rimangono la chiesa di San Maurizio ed il chiostro d’ingresso, oggi parte del Museo Archeologico.
Il monastero è sorto all’interno di un’area grande rilevanza storica, per la presenza di antichi resti, riferibili al periodo romano che furono inglobati nella struttura monastica, consentendone la conservazione fino ai giorni nostri. Una torre quadrata, parte del circo romano, fu riutilizzata come campanile della chiesa, mentre una seconda torre, di forma poligonale, collegata alle mura della città romana, fu riutilizzata come cappella. Nelle vicinanze inoltre, sorgevano i resti dell’antico palazzo imperiale. Durante la costruzione del Museo Archeologico tra 1959 e il 1961, gli sbancamenti condotti sotto il controllo della Soprintendenza alle Antichità della Lombardia, fecero poi emergere i resti di una domus romana. I resti archeologici sono oggi visibili all’interno del Museo Archeologico.

All’interno del Museo Archeologico è visibile ancora oggi un tratto delle mura urbiche databili tra fine III e inizi IV secolo d.C. e la relativa torre poligonale, con ventiquattro lati conservata in alzato per 16,6 m. La costruzione delle mura e della torre sono legati al rinnovamento edilizio cui si assiste a partire dalla fine del III secolo d.C. per la presenza in città dell’imperatore Massimiano e della sua corte. Infatti la costruzione della residenza imperiale e del circo nel settore nord-occidentale modificò profondamente l’assetto della città, con il conseguente ampliamento dell’abitato ben oltre la cinta muraria repubblicana nel settore Est, che venne circondato di nuove mura.
La torre poligonale
Una delle torri poligonali che caratterizzava il circuito murario si è conservata perché inglobata nelle strutture del Monastero Maggiore e riutilizzata come cappella. Scarnita in antico per il recupero di materiale edilizio e in parte rifatta nel paramento laterizio nell’Ottocento, la torre poggia su fondazioni circolari in conglomerato di malta, ciottoli e frammenti laterizi. Analoghe fondazioni si ritrovano nell’annesso tratto di cinta conservatosi, anch’esso scarnito, nei sotterranei del Museo, nei resti di torre rinvenuta poco più a Nord, e nei tratti di mura riemersi in varie parti della città. Nell’alzato le mura presentano un nucleo in conglomerato rivestito da mattoni interi e spezzati e rivelano materiale di reimpiego, principalmente lapidi funerarie e frammenti architettonici. All’interno della torre si conservano ancora parte degli affreschi di fine XIII-inizi XIV, raffiguranti una Crocefissione; Tre Santi in carcere e varie figure di santi; in un’altra nicchia è poi affrescato San Francesco che riceve le stigmate. In un riquadro, nel registro inferiore, compaiono due figure di monache, da identificare probabilmente come le committenti. La torre poligonale ospita, al piano inferiore, anche l’installazione Il Dormiente donata al Comune di Milano dall’artista Mimmo Paladino. È visitabile anche il secondo piano della torre, cui si accede dalla sezione altomedievale collocata al primo piano dell’edificio di via Nirone.
La cerchia muraria di età imperiale
Quando Milano divenne capitale dell’impero romano nel 286 d.C., scelta come sede dal tetrarca Massimiano, l’impianto urbanistico subì importanti modifiche. Se la prima cerchia muraria, realizzata tra l’età cesariana e l’età augustea, delimitava un’area di circa 70 ettari, con la trasformazione a capitale il perimetro urbano vide un importante ampliamento verso Est.
Delle mura massimianee (fine III – inizi IV sec. d.C.) sono riemersi vari tratti, grazie alle indagini archeologiche che si sono susseguite dalla fine dell’Ottocento. L’ampliamento delle mura a Est seguì il tracciato del fossato già esistente dal I secolo d.C., come hanno dimostrato scavi archeologici in via Croce Rossa, e inglobò il quartiere formatosi nell’area compresa tra la cinta tardorepubblicana e il fossato.
Nel settore occidentale della città il circo fu inserito in un complesso sistema di fortificazioni, anche se parte della curva ebbe probabilmente funzione difensiva e restò priva della cortina muraria; un muro interno, forse con camminamento di guardia, collegava una torre della cerchia urbana a una delle torri dei carceres del circo, mentre un’altra fortificazione congiungeva la sua curva con la Porta Ticinensis.
Le mura massimianee erano fornite di torri quadrangolari e poligonali, di pusterle e porte, aperte lungo l’ampliamento orientale della cerchia, in asse con le precedenti porte tardorepubblicane e in corrispondenza degli assi viari principali, quali l’attuale via Manzoni e l’odierno corso Vittorio Emanuele, alla fine del quale era una porta citata nel IX secolo come Porta Argentea (o Argenta). Nell’attuale piazza Fontana era una pusterla, nota nel Medioevo come pusterla di Santo Stefano, della quale era ancora visibile un basamento negli anni Venti del Novecento. Delle porte della cerchia più antica, la Ticinese fu forse rivestita con due Vittorie alate a bassorilievo, come fa supporre un frammento scultoreo rinvenuto nel 1937.
Il destino delle mura si dovette compiere lentamente. Molto danneggiate durante il conflitto tra Teodorico e Odoacre (489-493) e l’assedio del re goto Uraia (539), poco dopo la metà del VI secolo sarebbero state rinforzate dal generale bizantino Narsete. Sebbene la tradizione storiografica medievale ne celebri la bellezza e il numero delle torri, probabilmente la cinta subì importanti modifiche fin dall’VIII secolo, quando chiese e monasteri, come quello di Santa Maria d’Aurona o il Monastero Maggiore (oggi sede del Museo Archeologico), si addossarono alle mura, sfruttandone le strutture. Tale fenomeno è testimoniato dai nomi di alcune chiese non più esistenti, come San Michele ad murum ruptum (via delle Ore), Sant’Andrea ad murum ruptum (via Rastrelli), San Giovanni sul Muro. Con l’assedio di Federico Barbarossa nel 1162, l’antica cerchia subì danni irreparabili. Le fondazioni nei sotterranei del Civico Museo Archeologico sono rovesciate verso l’esterno, probabilmente a causa del profondo lavoro di scavo svolto dagli assedianti. Alcune vestigia sono sopravvissute addirittura fino al XVIII secolo.

La torre del circo
In epoca tardo imperiale, l’area del Museo ospitava il Circo della città, costruito all’interno delle mura attorno al IV secolo d.C. per volere dell’Imperatore Massimiano.
Affacciata su via Luini, la torre del circo è una rara testimonianza di struttura adibita a carceres, i cancelli dai quali partivano le quadrighe, sopravvissuta perché divenuta campanile della chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore attorno all’VIII-IX secolo, quando venne aggiunta una loggia colonnata a coronamento della struttura.
La torre è attualmente la parte meglio conservata del circo, costruito tra la fine del III e gli inizi del IV secolo d.C., per volontà dell’imperatore Massimiano Erculeo, in stretta relazione con la vicina residenza imperiale (i cui resti sono visibili in via Brisa).
La torre conferma l’importanza politica e militare assunta dalla città in età tardo romana: infatti, soltanto le città di maggior rilievo politico e militare, come Costantinopoli, Treviri, Tessalonica, Antiochia e Aquileia, erano dotate di circhi, simboli del potere imperiale poiché in questo luogo il sovrano si mostrava al popolo e ne riceveva l’omaggio, in cambio delle gare offerte gratuitamente.
Il circo di Milano, lungo 470 metri e largo 80, aveva anche una funzione difensiva, poiché collegato alla torre poligonale della cerchia urbana attraverso un muraglione, largo più di tre metri, dotato di un camminamento interno. Il lato curvilineo era inoltre privo dell’usuale ingresso monumentale (porta triumphalis) e dotato di feritoie, alcune delle quali ancora conservate.
La torre originariamente alta circa 20 metri, si presentava con tutti e quattro i lati aperti e dotati di arcate monumentali a tutto sesto, mentre il piano di calpestio romano si trova circa 2 metri sotto il piano attuale. Le arcate sui lati Est e Ovest dovevano costituire gli ingressi monumentali, alti più di 8 metri, mentre quelle sui lati Nord e Sud, più basse (circa m 5 di altezza) permettevano l’accesso alle gradinate del circo e verso lo spazio a Nord. Non si hanno elementi per ricostruire l’originario coronamento della torre che doveva essere costituito da una serie di due pilastri o colonne per ogni lato, asportati successivamente in età altomedioevale (VIII – IX secolo) quando la torre venne rialzata e trasformata in campanile del monastero Maggiore, con la costruzione di una loggia oggi ancora conservata.
Il circo sopravvive fino all’assedio di Federico Barbarossa nel 1162, nonostante le continue scorrerie di cui Milano è preda nel corso dei secoli: dall’invasione di Alarico (402), al saccheggio di Attila (452), dalla guerra tra Odoacre e Teodorico (terminata nel 493), al conflitto greco-gotico (535-553), dall’assedio del re goto Uraia (538-539) all’arrivo dei Longobardi (569). I danni arrecati a Milano da queste vicende furono pesantissimi, anche se forse questa zona della città non fu devastata eccessivamente dal momento che proprio nel circo, in età longobarda, il re Agilulfo associò a sè nel potere il figlio Adaloaldo davanti al popolo longobardo in armi (604).
La torre è stata recentemente restaurata e resa visitabile all’interno di un percorso di ristrutturazione e valorizzazione condotto dal Museo.
Nel 2018 i resti del circo sono stati oggetto di uno studio condotto dal Laboratorio di Computer Vision & Reverse Engineering del Dipartimento di Meccanica del Politecnico di Milano. L’accurato rilievo georeferenziato dei resti della struttura è poi confluito nella ricostruzione 3D del circo romano di Mediolanum. Guarda il video del progetto.

La domus

Durante la costruzione del Museo Archeologico tra 1959 e il 1961, gli sbancamenti condotti sotto il controllo della Soprintendenza alle Antichità della Lombardia, fecero emergere i resti di una domus romana, attualmente visibile nel cortile interno al Museo Archeologico. Le indagini archeologiche hanno evidenziato tre differenti fasi edilizie databili tra I e III secolo d.C. La domus era caratterizzata da ambienti di dimensioni piuttosto ridotte (tra i 2 e i 4 m); l’unico di maggiori dimensioni (4×5 m) è quello oggi visibile all’interno del Museo Archeologico, databile alla fine del I secolo d.C., che conserva ancora un pavimento bianco in scaglie di calcare bianco e calce decorato con un motivo a puntini di tessere nere. Al momento dello scavo furono rinvenuti anche frammenti di decorazione parietale, che costituiscono uno dei rari esempi presenti a Milano. Con il III secolo d.C. ha inizio l’ultimo periodo di vita della domus cui sono pertinenti resti di pavimenti e di decorazioni parietali (cementizio rosso, decorato da crocette bianche e nere, lacerti di intonaci colorati, lastrine marmoree e stucchi dipinti). Distrutta da un incendio, sopra le sue macerie fu successivamente costruita una struttura collegata alle mura della città. Case di età romana sono documentate a Milano, dalla seconda metà del I secolo a.C. fino al V-VI secolo d.C. Di queste strutture si conservano solo pochi frammenti di mosaici ma è assai difficile comprenderne la reale estensione planimetrica.