IL LIBRO
L’arte della gioia è un romanzo di Goliarda Sapienza; finito di scrivere nel 1976, la prima parte fu pubblicata nel 1994.L’edizione integrale venne postuma solamente nel 1998.
LA TRAMA
Il romanzo “L’arte della gioia” racconta la storia di Modesta, una donna siciliana che mescola intelletto e carnalità. Vitale e decisamente scomoda per la morale dell’epoca, Modesta attraversa epoche, dolori e amori senza mai perdere la sua “arte della gioia”. Nata nel 1900 in una famiglia poverissima, è consapevole sin da piccola che farà grandi cose, lasciando quel paesino che le sta così stretto. Ancora ragazzina viene inviata in un convento e in seguito in un palazzo di nobili. Sarà proprio qui che, grazie alla sua grande intelligenza e alla sua bellezza, riuscirà a ottenere un matrimonio di convenienza, diventando un’aristocratica.Sensuale, generosa, affettuosa, Modesta non smetterà mai di sedurre uomini e donne, attraversando la storia del Novecento e lasciando il segno.
L’INCIPIT
“Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno. Affondo nel fango sino alle caviglie ma devo tirare, non so perché, ma lo devo fare. Lasciamo questo mio primo ricordo cosí com’è: non mi va di fare supposizioni o d’inventare. Voglio dirvi quello che è stato senza alterare niente.
Dunque, trascinavo quel pezzo di legno; e dopo averlo nascosto o abbandonato, entrai nel buco grande della parete, chiuso solo da un velo nero pieno di mosche. Mi trovo ora nel buio della stanza dove si dormiva, si mangiava pane e olive, pane e cipolla. Si cucinava solo la domenica. Mia madre con gli occhi dilatati dal silenzio cuce in un cantone. Non parla mai, mia madre. O urla, o tace. I capelli di velo nero pesante sono pieni di mosche. Mia sorella seduta in terra la fissa da due fessure buie seppellite nel grasso. Tutta la vita, almeno quanto durò la loro vita, la seguí sempre fissandola a quel modo. E se mia madre – cosa rara – usciva, bisognava chiuderla nello stanzino del cesso, perché non voleva saperne di staccarsi da lei. E in quello stanzino urlava, si strappava i capelli, sbatteva la testa ai muri fino a che lei, mia madre, non tornava, la prendeva fra le braccia e l’accarezzava muta.
Per anni l’avevo sentita urlare cosí senza badarci, sino al giorno che, stanca di trascinare quel legno, buttata in terra, avvertii a sentirla gridare come una dolcezza in tutto il corpo. Dolcezza che in seguito si tramutò in brividi di piacere, tanto che piano piano, tutti i giorni cominciai a sperare che mia madre uscisse per poter ascoltare, l’orecchio alla porta dello stanzino, e godere di quegli urli.”
LA STORIA EDITORIALE DEL ROMANZO
Goliarda Sapienza ha iniziato il romanzo nel 1967 e lo ha terminato il 21 ottobre 1976, a Gaeta, con la revisione finale del marito Angelo Pellegrino. Lo scrisse completamente a mano e solitamente durante la mattina; il pomeriggio riceveva l’amica Pilù, a cui rileggeva quanto scritto e chiedeva consiglio. L’autrice riuscì a farne pubblicare solo la prima parte nel 1994 da Stampa Alternativa: da alcune case editrici, come Feltrinelli, venne giudicato troppo tradizionale, da altre troppo sperimentale e immorale.[3] Fu Angelo Pellegrino a farlo pubblicare postumo a proprie spese nel 1998 (dopo 22 anni dalla stesura) e in un numero limitato di copie (circa un migliaio), sempre da Stampa Alternativa.
Nel 2001 la produttrice e dirigente di Rai Tre Loredana Rotondo dedicò una puntata del suo programma Vuoti di memoria alla scrittrice, dal titolo Goliarda Sapienza, l’arte di una vita, destando un certo interesse nei confronti del romanzo tale da permetterne una ristampa dalla casa editrice Stampa Alternativa.
All’estero venne quindi proposto il testo da Angelo Pellegrino a Waltraud Schwarze, scopritrice di talenti letterari sconosciuti, che ne fece uscire una copia tradotta in tedesco e divisa in due parti, In den Himmel stürzen (edizione 2005) e Die Signora (edizione 2006), ne venne pubblicata una edizione completa nel 2013, Die Unvorhersehbarkeit der Liebe.Schwarze la propose alla collega Viviane Hamy, allora allieva in Francia di Robert Laffont. Il testo venne tradotto nel 2005 anche in francese da Nathalie Castagné, L’art de la joie, ottenendo un notevole successo.
Il testo quindi è stato tradotto in più lingue, e in Italia è stato pubblicato da Einaudi nel 2008, a 32 anni dalla fine della stesura, e da Mondadori nel 2009.
Nel 2016 vengono raccolte le lettere inedite di Goliarda Sapienza, nel volume la Cronistoria di alcuni rifiuti editoriali dell’Arte della gioia (Edizioni Croce), al fine di ricostruirne le vicende editoriali avverse.
«Troppo scomoda Modesta per gli anni Settanta italiani. Una donna senza “morale” capace di uccidere per arrivare ai suoi obiettivi, che desidera, che vive la sessualità senza inibizioni, che non esita a rompere convenzioni e ruoli sociali, come sarebbe potuta passare nell’Italia democristiana ancora in lotta per il divorzio, l’aborto.» (Nathalie Castagné, traduttrice)
(testo tratto da WIkipedia)
LA MINISERIE TELEVISIVA
Nel 2025 dal romanzo viene tratta una una miniserie televisiva italiana con lo stesso titolo diretta da Valeria Golino e Nicolangelo Gelormini, che vede Tecla Insolia nel ruolo della protagonista.
La miniserie di 6 puntate che adatta solo la prima parte del romanzo è stata trasmessa su Sky Atlantic.
L’AUTRICE

Da enciclopediadelledonne.it
Goliarda Sapienza nasce a Catania il 10 maggio 1924. I suoi genitori – la nota sindacalista lombarda Maria Giudice (1880-1953) e Giuseppe Sapienza (1880-1949), un avvocato socialista – si conoscono quando sono entrambi vedovi e quarantenni, con tre figli l’uno e sette l’altra. La loro intesa è sia sentimentale che politica: dirigono il giornale «Unione» e partecipano attivamente alle lotte per l’espropriazione delle terre in Sicilia, nel biennio 1920-22, durante il quale il figlio maggiore di Giuseppe, Goliardo Sapienza, viene trovato morto affogato in mare, presumibilmente ucciso dalla mafia, che difendeva gli interessi dei proprietari terrieri.
Il nome ricevuto dal fratello morto tre anni prima della sua nascita è solo uno dei “pesi” dell’infanzia di Goliarda, segnata dalla morte di altri tre fratellastri, poco più che adolescenti; dalla sempre maggiore sofferenza e instabilità mentale della madre antifascista e idealista; dalla vitalità e passionalità del padre che non vuole rinunciare a nessun piacere della vita: ha molte donne, si dedica con fervore al suo lavoro di “avvocato del popolo”, ed è molto amato da tutti, in un’epoca difficile come quella fascista.
Le doti artistiche di attrice, ballerina, cantante e affabulatrice della parola emergono fin da quando Goliarda è bambina ed adolescente, in cui ai “successi” di enfant prodige si alterna una salute precaria e l’insorgenza di malattie lunghe e gravi, come la difterite e la TBC.
Nel 1943 si trasferisce con la madre a Roma, dove frequenta l’Accademia d’Arte drammatica, allora diretta da Silvio D’amico. Fare l’attrice le piace perché attraverso la recitazione può esprimere la pienezza e contraddizione del suo animo, ma non le piace il mondo falso in cui spesso vivono attori e attrici di successo. Alla fine del corso non si diploma, e, contestando gli insegnamenti retrogradi dell’Accademia, forma una compagnia di avanguardia insieme ad altri ex studenti contestatari, attratti, come lei, dal metodo Stanislavskj.
Nel 1947 incontra il regista Citto Maselli: ha inizio una relazione fortissima, simbiotica, ma aperta a nuovi incontri, durata oltre 18 anni, e che, anche dopo la sofferta separazione, si trasfomerà in una sincera amicizia. Entrambi vivono tutto molto febbrilmente, ma Goliarda non resta in superficie e sa cogliere, in ogni situazione e persona, il risvolto poetico che poi trasporterà in letteratura.
Prima di diventare scrittrice la vita di Goliarda è intensa. Frequenta ambienti esclusivi e lavora, oltre che con Maselli, con registi come Luigi Comencini, Alessandro Blasetti, Cesare Zavattini e Luchino Visconti: prendendo parte attivamente alla corrente del neorealismo italiano, luogo per eccellenza di partecipazione civile, politica e morale di quel tempo. Vivendo direttamente, ma in maniera critica, il mondo artistico, impara a riconoscerne le contraddizioni e a costruirsi una personalità propria, che la scrittura letteraria fa emergere in tutta la sua potenza.
Ma il suo animo, tramato da tante tessiture emotive, predisposto a grandi entusiasmi e grandi disfatte, la porta a tentare il suicidio: dapprima nel 1962 (in seguito al quale subisce una serie di elettroshock) e poi nel 1964. Dal coma che ne consegue Goliarda traghetta in tuttaltro luogo esistenziale rispetto all’ambiente di intellettuali, artisti e “cinematografari” che per tanti anni aveva esercitato su di lei un grande fascino: un luogo più luminoso, ricco e sano, in cui l’elaborazione del lutto si trasforma in rinascita e apertura alla ricchezza umana, e in capolavori come L’arte della gioia.
Goliarda Sapienza muore il 30 agosto del 1996, scrittrice senza fama, ex attrice del neorealismo italiano. Ma è oggi riconosciuta tra le maggiori autrici letterarie italiane del Novecento.
GLI ALTRI LIBRI DI GOLIARDA SAPIENZA
TESTI AUTOBIOGRAFICI

Autobiografia delle contraddizioni
Lettera aperta, Milano, Garzanti, 1967; Palermo, Sellerio, 1997; Torino, UTET, 2007; Torino, Einaudi, 2017.
Guerresca e pacifica, aggressiva e mite. Cosí è Goliarda Sapienza anche da bambina: una bambina che vive un suo mondo violento, senza nessuna concessione, che piange con lacrime di rabbia, che respira l’aspra bellezza siciliana, che vede i suoi genitori per quello che sono: una madre sindacalista, tenace nel distinguersi da tutte le altre «donnette», un padre siciliano dalla testa ai piedi. E per rimettere ordine tra le bugie dei ricordi, recupera dalla memoria frammenti di sé che a poco a poco si compongono nel percorso di una donna che vuole essere padrona della sua vita e della sua felicità. Innocente, ricco, tenero, delirante, doloroso come solo l’infanzia e l’adolescenza possono essere, Lettera aperta è il prezzo d’amore pagato da chi ha affrontato una realtà incandescente che prima non era in grado di affrontare, lasciandosi cosí alle spalle le «cose brutte che ci sono qua dentro».
Il filo di mezzogiorno, Milano, Garzanti, 1969; Milano, La Tartaruga, 2003; Milano, La nave di Teseo, 2019.
Il filo di mezzogiorno precorre con straordinaria attitudine al futuro alcuni tratti dell’autofiction e del memoir, raccontando l’esperienza psicoanalitica vissuta dall’autrice dell’Arte della gioia dopo il periodo di depressione, sfociato in un tentativo di suicidio. Attraverso le parole che la protagonista rivolge al suo medico – con cui instaurerà un rapporto intimo e appassionato –, ricostruiamo tutto il suo percorso: la partenza da casa, le pensioni di terza categoria, i corsi d’arte drammatica, la persecuzione fascista, la “follia” della madre, la difficoltà nei rapporti con l’altro sesso, l’amore devastante per Citto (“non facemmo la sciocchezza di sposarci ma il giuramento di restare insieme fino a quando l’amore ci avrebbe tenuti uniti”). Emerge da queste pagine una consapevolezza che è al tempo stesso personale e universale, una riflessione acuta e sensibile sulla condizione femminile, priva di ogni pregiudizio morale: la scoperta delle fragilità e delle paure, dell’amore, della vita.
L’università di Rebibbia, Milano, Rizzoli, 1983; 2006; Torino, Einaudi, 2012.
“L’arte della gioia” dev’essere un romanzo maledetto. Per esso Goliarda si ridusse in assoluta povertà e andò persino in galera per aver rubato una manciata di gioielli. E quel fremito letterario per il quale era disposta a un gesto disperato si mantiene in queste pagine, in cui racconta la sua detenzione a Rebibbia, scuola di vita, vera e propria università che insegna, senza le illusioni e le ipocrisie della vita ordinaria, la dura e autentica dimensione della convivenza umana. Ma in quell’universo freddo e spietato, Goliarda scopre anche cosa vuol dire solidarietà, calore, amicizia, spontaneità, impossibili nel mondo di fuori dove si è meno liberi e sicuri. Intellettuale libera e anticonformista, Goliarda Sapienza ci offre, con sguardo lucido e penetrante, uno spaccato sorprendente che rovescia tutti i nostri stereotipi su una realtà sconosciuta e per questo tanto piú rivelatrice
Le certezze del dubbio, Roma, Pellicanolibri, 1987; Milano, Rizzoli, 2007; Torino, Einaudi, 2013.
Pubblicato per la prima volta nel 1969, Il filo di mezzogiorno precorre con straordinaria attitudine al futuro alcuni tratti dell’autofiction e del memoir, raccontando l’esperienza psicoanalitica vissuta dall’autrice dell’Arte della gioia dopo il periodo di depressione, sfociato in un tentativo di suicidio. Attraverso le parole che la protagonista rivolge al suo medico – con cui instaurerà un rapporto intimo e appassionato –, ricostruiamo tutto il suo percorso: la partenza da casa, le pensioni di terza categoria, i corsi d’arte drammatica, la persecuzione fascista, la “follia” della madre, la difficoltà nei rapporti con l’altro sesso, l’amore devastante per Citto (“non facemmo la sciocchezza di sposarci ma il giuramento di restare insieme fino a quando l’amore ci avrebbe tenuti uniti”). Emerge da queste pagine una consapevolezza che è al tempo stesso personale e universale, una riflessione acuta e sensibile sulla condizione femminile, priva di ogni pregiudizio morale: la scoperta delle fragilità e delle paure, dell’amore, della vita.
Io, Jean Gabin, Torino, Einaudi, 2010.
uò una bambina – lasciata interi pomeriggi nel ventre sicuro di un cinematografo – arrivare a identificarsi totalmente con Jean Gabin? Sì, se quella bambina è Goliarda Sapienza. L’attore simbolo di un certo modo di stare al mondo, l’icona anarchica del cinema francese, le calza a pennello. Goliarda bambina, non appena esce dal Cinema Mirone, è Jean Gabin, e scorrazza per i vicoli di Catania traboccanti di vita e di malaffare come Jean per quelli di Algeri. Incontra prostitute filosofe, pupari, la vita pullulante della Civita in tutte le sue forme, comprese quelle magmatiche dei “corpi lunghi di draghi neri scolpiti nella lava sotto i balconi”. E quando rientra a casa, trova un’altra forma di vita altrettanto disordinata e imprendibile: quella della sua famiglia senza fine

Appuntamento a Positano, Torino, Einaudi, 2015.
Negli anni Cinquanta il lavoro cinematografico porta Goliarda Sapienza a Positano, rivelandole un angolo di mondo quasi intatto, popolato da un’umanità con una dolcezza sconosciuta. E lí, tra l’oro e l’azzurro del mare, in un’atmosfera fuori dal tempo, una figura di donna si muove a passo di danza sulle scalinate del paese. La gente del posto la chiama principessa, ha una bellezza antica, gli occhi che cambiano colore. Quello tra Erica e Goliarda è un incontro felice, immerso in una pace che si avvicina all’ebbrezza: l’inizio di un rapporto che nel corso degli anni si fa sempre piú intenso, tra i fantasmi del passato e le ombre imminenti. Un libro capace di raccontare la fugacità dell’incanto come se l’incanto non dovesse mai finire. Postfazione e cura di Angelo Pellegrino.
RACCONTI

Destino coatto, Roma, Empirìa, 2002; Torino, Einaudi, 2011.
Questi racconti postumi rappresentano una serie di deliri di persone comuni, i loro flussi di pensiero, le loro rappresentazioni mentali. Persone normali, ma non casi normali, personaggi disegnati con drammatica crudeltà in una ricerca della realtà, qui spesso pervasa dall’umorismo nero siciliano. Con Goliarda Sapienza l’inconscio, questo fantasma del Novecento, diventa personaggio in tanti personaggi, i quali non sono più le nevrosi della ragione pirandelliana, ma figure fatte di corpo e sangue.

Elogio del bar, Roma, Elliot, 2014.
Il bar è un luogo incantato, dove ogni giorno entrano e sostano decine di persone e in cui è il caso a dominare: qualcuno comincia a chiacchierare, un cliente si siede davanti al barista e confida i suoi dolori, a volte gli avventori litigano, e accade persino che nasca una storia d’amore passeggera. Per Goliarda Sapienza il bar è un rito quotidiano irrinunciabile, che racchiude un momento di ristoro e di pacificazione dei sensi; è un’occasione di studio degli individui e dei caratteri, da trasportare poi nelle sue pagine; ma soprattutto è un luogo di comunicazione e di contatto tra vite diverse. Come accade in questo racconto, in cui un incontro casuale al bar si prolunga in un viaggio in treno, e in poche ore trasforma uno sconosciuto uscito da poco dal carcere in un intimo conoscente con cui aprirsi e a cui porre domande che non si ha mai avuto il coraggio di fare. Elogio del bar, seguito da alcuni appunti sulle mattinate intorno a un caffè, ci rivela lo sguardo prezioso, lieve e allo stesso tempo profondo con cui Goliarda indaga se stessa e i rapporti umani.
POESIE

Ancestrale, Milano, La Vita Felice, 2013.
Le prime prove letterarie di Goliarda Sapienza, versi spogli e intimi che parlano di vita, di dolore, di ricerca della felicità. Una poesia asciutta, a tratti aspra, che non ama gli aggettivi e che predilige verbi all’infinito, quasi a rendere eterni emozioni e sentimenti, questa è la poesia di Goliarda Sapienza. Una poesia dolorosa che entra in contatto con ogni parte di sé, svela drammi personali, non tace sofferenze, ambiguità, bugie, contraddizioni, paure, desideri proprio come è anche la sua prosa.
TEATRO

Tre pièces e soggetti cinematografici, Milano, La Vita Felice, 2014.
La vocazione teatrale di Goliarda origina tutta dal padre, avvocato socialista catanese amico di Angelo Musco e di tutto il vivace mondo teatrale in dialetto e in lingua della città etnea. Fu agevole al padre cominciare a far recitare Goliarda quando in famiglia si dovette pensare al futuro di una figlia che era stata già ritirata dalle scuole fasciste e conduceva in casa una formazione libera. Lo stesso Angelo Musco aveva decretato dall’alto della sua fama: “‘sta carusa può recitare”. Ma a convincere l’avvocato Sapienza era già stato qualche anno prima quell'”hanno ammazzato compare Turiddu”, gridato fuori scena da Goliarda non ancora adolescente per provare se aveva temperamento. Il volume raccoglie il teatro completo di Goliarda Sapienza, tre pièces e quattro soggetti cinematografici.
TACCUINI

Il vizio di parlare a me stessa. Taccuini 1976-1989, Torino, Einaudi, 2011.

La mia parte di gioia. Taccuini 1989-1992, Torino, Einaudi, 2013.

Scrittura dell’anima nuda. Taccuini 1976-1992, Torino, Einaudi, 2022.
EPISTOLARI

Cronistoria di alcuni rifiuti editoriali dell’arte della gioia, a cura di Angelo Pellegrino, Roma, Croce, 2016.

Lettere e biglietti, a cura di Angelo Pellegrino, Milano, La nave di Teseo, 2021.
VIDEO E INTERVISTE
Una intervista a Goliarda Sapienza di Rai Storia
Un’intervista alla scrittrice di Enzo Biagi
Omaggio a Goliarda della Rai